Scritto da Myriam Maglienti | Categoria: Cultura | Pubblicato il 31/03/2025
“Il Signore colpisce, ma fascia la ferita, risana la piega che provoca” (Giacobbe 5,18)
L’ingresso al cielo di Serena aveva sancito il trapasso dalla carne/uomo vecchio allo spirito/uomo nuovo. La sua vita nuova aveva reso noti e manifesti i frutti che ella stessa incarnava dello Spirito.
I primi ad aver avvertito l’avvento di una vita nuova per mezzo di Serena furono i genitori. Dalla grande sofferenza eccepita ne fecero motivo di rinascita. Compresero, che non era una sofferenza fine a sé stessa, ma doveva essere esempio di qualcosa di più grande. Oltre ad una prova da superare e al dolore da provare essi dovevano essere testimoni di fede.
Dal lontano 1994 a oggi la famiglia Chiarello è una piccola chiesa domestica in cui il Signore ha piantato, in tale giardino, tanti fiori profumatissimi. Ha tolto Serena, ma ha donato loro Emanuele, Francesco, Matteo, Maria Chiara e Alessia.
A chi ha avuto la fortuna di conoscerli, come me, può ben dire che questa famiglia oggi è un grande e prezioso esempio di vita cristiana, punto di riferimento per molte famiglie che si trovano ad attraversare momenti difficili o addirittura a vivere esperienze analoghe a quelle vissute con Serena. Con l’esempio di Serena, Maria e Accursio, continuano a testimoniare la preghiera, a ribadire quanto essa sia il vero pane quotidiano, la loro gioia, il loro più grande Dono; a questa pratica preziosissima affiancano il nutrimento della Parola di Dio e dell’Eucaristia.
Non solo Maria e Accursio, la presenza di Serena in terra continuava ad esserci...
La prima a cui si manifestò Serena fu Fabrizia, la cugina. Nessuno della famiglia avrebbe avuto il coraggio di dire alla cuginetta coetanea Fabrizia che Serena era andata in miglior vita. Lo fa lei stessa, per consolare la cugina, per dirle visivamente che sta bene, di non preoccuparsi e di non dimenticarla. Così Fabrizia ci racconta la notte del 21 giugno 1994: «Ho visto Serena che era salita in cielo e poi è discesa nuovamente sulla terra con tre angioletti alla sua destra e alla sua sinistra. Ha salutato me con la mano, mentre mia sorella Eleonora a gran voce. Aveva una veste bianca con pantaloni lunghi e stelline colorate. I suoi capelli erano lunghi e biondi e dietro aveva un fascio luminosissimo ».
L’esperienza di Fabrizia non fu isolana.
Patrizia, sorella di Maria madre di Serena, ricorda cosi il segnale che Serena gli donò: «Avevo perso le speranze talmente quanti ospedali giravo. Da Roma a Bologna, da Bologna a Imola. Mi venne schiettamente detto che la mia paraplegia era totale e che necessitavo di una visita a Genova dal Prof. Carlo Formica. Il dottore operava nella clinica chiamata “Villa Serena”… Ad accogliermi fu lo stesso dottore che mi spiegò della difficoltà dell’intervento. Ci volevano anni e, nonostante la durata dell’intervento, potevo rischiare di non camminare. Scoraggiata da quanto sentito decisi di tornare a Sciacca. La prima cosa che feci fu quella di andare al cimitero nella tomba di Serena e le chiesi umilmente la sua intercessione. Fu in quel momento che ricevetti una chiamata. Era il dottore Formica, voleva che lo raggiungessi nell’immediato per fare quel famoso intervento delicato e lungo. Partìì l’indomani. Il giorno dell’intervento ad aver avuto sostegno da Serena e dal Signore non fui solo io ma anche mia figlia. Mi raccontò che ricevette da una donna un rosario, forse la stessa donna che aveva lasciato sul mio comodino una bottiglia dell’acqua benedetta di Lourdes … non so spiegarlo ancora oggi. Posso dire però che dopo l’intervento iniziai un percorso di fisioterapia all’ospedale di Montecatone. Fu in una notte, mentre mi trovavo al centro dialisi che trovai accanto a me Serena. Serena non mi aveva fatto solo visita, ma aveva operato su di me quella notte. L’indomani mattina la professoressa Tannini non credette ai suoi occhi, era impossibile dopo l’intervento e in così poco tempo che io, senza l’aiuto di nessuno, riuscissi a sorreggermi in piedi e a camminare. Chiamarono il professore Formica che altro non fece se non ammettere l’intervento del Signore».
L’ esperienza di Patrizia è davvero inspiegabile, ma altrettanto meraviglioso è il sogno di una suora colombiana di Sciacca, del convento delle Giummare: «Era il 22 novembre del 2003 quando, venti giorni dopo un intervento chirurgico al ginocchio, entrai in coma per dieci giorni. In quel momento difficile ebbi due bambini al mio fianco: Serena e Giacomo. In quel lungo coma non vidi solo loro ma una figura più grande e maestosa, luminosa e potente, che mi disse che quei bambini avevano chiesto di aiutarmi e di guarirmi. Ci trovammo davanti un arco, io li dovetti lasciare mentre Serena e Giacomo come due come angioletti, proseguirono con Gesù».
Sono davvero molte le persone che dopo la morte di Serena hanno lasciato una piccola testimonianza nel libro che Elena Capostagno del 2011 ha scritto su Serena, dal titolo Serena, una bambina speciale: i compagni di scuola, la maestra Anna Rancone, la pediatra dottoressa Vittoria Agnello, suor Clotilde Castellano, il seminarista Raimondo e Fra Umile di Maria. A dire altro sulla piccola sono state anche la madrina Francesca e l’amica di ospedale Mariangela Amato.
Non solo all’ora! Serena Chiarello, nell’angolo del suo sepolcro, riesce ad attirare giorno dopo giorno e anno dopo anno tanta gente, come se volesse rendersi manifesta a chi non la conoscesse, come se volesse essere un’angelica amica o per portare benedizione a famiglie sofferenti.
Impossibile attraversare il camposanto senza soffermarsi davanti alla sua foto. Ciò che sorge naturale fare è elevare una preghiera. Del resto, era questo che la piccola ha sempre chiesto di fare, pregare!
Restate e continuate a pregare Serena, lei ha molto ancora da donare in questa terra.